lunedì 11 febbraio 2008

Basta! Io me ne vado!

Da dove comincio? E dove arriverò? Sono nel fiore dei miei anni... Amore. Passione. Entusiasmo. Speranza. Futuro. Le mie radici. Impossibilità. Rabbia.

«Basta! Io me ne vado!»

Era una giornata di sole, passeggiavo in bicicletta fra i viottoli della mia città passando fra le botteghe degli artigiani negli angoli bui e umidi, i piccoli fornai dove si vendono le rosette e la pizza bianca, e migliaia di motorini parcheggiati ovunque. Con la mia bicicletta, mi dirigevo verso le sponde del Biondo Tevere. Nel fiore dei miei anni, piena di speranze, mi dirigevo con l’animo sereno di una giovane, così come se mi stessi dirigendo verso il mio futuro. «Il mio futuro è lì che mi aspetta!», pensavo: tanti sacrifici, tanto impegno per raggiungere degli obiettivi, non potevano di certo svanire nel nulla.

Ricordo ancora quel marciapiede sull’Appia. Era un marciapiede vecchio, ricoperto di terra ed erbacce. Da un lato c’era un muretto fatto di pietre oramai cadenti, dall’altro la strada ricoperta di sampietrini. Era un piccolo tratto di marciapiede, uno dei pochi su quell’antica via, che conduceva alla mia abitazione. Avrò avuto cinque anni all’epoca: camminavo su quel marciapiede insieme a mia madre. Lei, stanca dal troppo lavoro, avrebbe dovuto poi occuparsi della casa e di me. Quando una donna cresce da sola i propri figli, senza l’aiuto del padre, non ha molto tempo per queste cose. In quel momento, mentre camminavo, pensavo alla mia vita: sarebbe stata come la vita delle protagoniste dei film. Sì, proprio così. Solo anni dopo valutai quel momento come l’illusione di una vittima dell’influenza della televisione. Quando si cresce – e solo se si cresce – si inizia a vedere la televisione per quello che è: finzione. Si può anche vederla come informazione, intrattenimento o, in rari casi, come forma d’arte: ma di certo quando sei un bambino e cresci guardando la televisione, ti può capitare di avere a un certo punto qualche dubbio. Tanti sogni covati nella speranza di vivere felici. Tanto amore per le piccole cose di tutti i giorni. Un sogno di bambina: diventare ballerina. Niente di più ovvio; niente di più irraggiungibile per un corpo destinato a crescere in altezza e rotondità. Tuttavia, passai alcuni anni all’Accademia di danza, per poi convincermi che, dopotutto, non faceva per me. E così andai avanti, senza rimorsi, senza rimpianti: e venne l’epoca del liceo. Gli anni dell’adolescenza, gli anni della crescita.

All’uscita di scuola c’erano sempre alcuni studenti seduti sulle scale o sui davanzali delle finestre della scuola: alcuni a chiacchierare, altri a fumare. E poi le occupazioni; le rivolte studentesche; gli studenti divisi tra chi voleva entrare a scuola e studiare, e chi voleva sollevare una protesta, forse per saltare l’interrogazione, forse per cambiare il mondo.

Ero carina, ma non ne ero completamente convinta. Mi nascondevo dentro a maglioni enormi e ai miei amati anfibi blu. Blu come il mio colore preferito. Blu come il mare. Blu come l’età dell’adolescenza. Durante la ricreazione alcuni giocavano a calcio con il cancellino per i corridoi; altri andavano al bar interno a prendere la merenda; altri ancora fumavano una sigaretta in cortile. In realtà, era il momento in cui potevi incontrare il ragazzo che ti piaceva. E il cuore batteva forte quando lui ti guardava. Tornavi in classe e invece di ascoltare la lezione scrivevi il suo nome sul diario, o scambiavi bigliettini con le compagne raccontando: «Mi ha addiruttura detto: Ciao!»... E poi le feste, i pomeriggi in discoteca: le occasioni in cui, forse, lui ti avrebbe baciata. Sogni. Batticuori. Sole. Amore.

Quella mattina ero la prima dell’elenco a essere interrogata. E il motorino decise di farmi trovare la ruota bucata. Come si può arrivare tardi agli esami di maturità?! Si può, così come si può arrivare in lacrime e trovare la propria insegnante di inglese lì ad aspettarti e incoraggiarti: «Calmati, non ti preoccupare! Hai fatto uno dei migliori temi della classe!»... È l’inizio dell’università. Quale facoltà scegliere? Cosa si vuole fare da grandi? Ora sono maggiorenne, posso lavorare e studiare contemporaneamente per poter vivere da sola? Se i tuoi genitori non ti possono pagare l’università, lo puoi fare? No, se i tuoi genitori non ti aiutano non c’è modo. Devi andare a lavorare. Punto e basta. Non hai scelta: non hai borse di studio in grado di aiutarti veramente. Quei pochi che se la possono permettere, la finiscono con molta probabilità fuori corso. E poi? E poi a fare fotocopie! Gratis! Tirocini non pagati, primo lavoro a cinquecento euro al mese. Anni, decenni di precariato e sfruttamento: nessun futuro, nessuna certezza.

Io mi considero una ragazza normale. A volte eccentrica, ma nel mio cuore coltivo gli stessi sogni di molti. Si può arrivare a sognare un futuro fatto di casa, famiglia e lavoro? Si può considerare, questo, un sogno?

Una ragazza come me, cosa chiede dalla vita? Un lavoro. Una casa. Chissà, forse se fossi nata in Africa avrei chiesto dalla vita un piatto di riso e due bicchieri d’acqua al giorno. Invece sono nata in Italia. Sono fortunata. Faccio parte della Comunità europea ed eredito una storia affascinante e millenaria. Quindi non mi devo preoccupare, mentre sono lì con la mia bicicletta sulle sponde del mio amato fiume, il suo gorgoglio me lo suggerisce: «Ma certo! Potrai avere ciò che desideri! Hai studiato, troverai un lavoro e potrai avere una casa dove vivere!».

Sono una ragazza giovane come tanti altri. Amo il mio Paese. Amo la mia terra. Amo la mia famiglia e i miei amici. Amo tutti i ricordi legati alla mia città. Amo i rigatoni al pomodoro e basilico. La pizza ricoperta di prosciutto crudo. La lasagna della domenica. I goal di Totti. Le file di ferragosto per andare al mare. I fiori di maggio. I gatti. Il saccottino al cioccolato. I negozi Tutto a mille lire, anche ora che c’è l’euro. Acqua & Sapone perché ci trovo lo shampoo all’aloe vera a un euro. La Fontana di Trevi. Anche quando è rossa.

Però, purtroppo, l’unica cosa che mi rimane da dire è:

«Basta! Io me ne vado!»

Sì! Perché non ho un futuro nel mio amato Paese: non ho una casa da ereditare; non ho un’attività da ereditare. Ho solo me: la mia laurea, il mio impegno e la mia professionalità. E non basta. Devo andare altrove, dove avere un futuro fatto di casa, famiglia e lavoro non è un sogno, ma la semplice normalità. Dove tutti possono studiare, lavorare, condurre una vita normale.

L’Italia si deve risvegliare dal suo stato di torpore. Fino a quando continuerà ad accettare questa situazione incresciosa non ne uscirà. Il mio Paese ha maledettamente bisogno di guardare al futuro con ottimismo; l’Italia deve davvero diventare un Paese al passo coi tempi, dove le generazioni più giovani possano avere il loro meritato spazio.

Basta ai dirigenti troppo anziani: spazio al nuovo! Basta alle futili dispute in Parlamento: spazio a una politica trasparente, volta al benessere e alla crescita del Paese!

Che le sorti del mio Paese possano trovare giorni migliori! Che tutto il mio popolo possa trovare nel concreto la risposta alle proprie esigenze e ai propri sogni!

1 commento:

Anonimo ha detto...

Ciao Ary! mi hai fatto sorridere e ripensare ai vecchi tempi, leggendo il tuo racconto ho pensato ad una parte di me che forse avevo dimenticato...perchè ormai "sono grande" e come dici tu avere una famiglia dovrebbe essere una cosa ovvia,non un sogno da poter realizzare...qui invece si va avanti a fatica, sempre correndo e stressandosi, perdendo di vista le cose semplici (come il sorriso di tua figlia) che dovrebbero essere le più belle ma che troppo spesso diamo x scontate!!
la tua compagna di banco